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Effetti psicologici del ciclone: il regime militare birmano e l’ annientamento dell’ individuo
Le ultime stime fornite dall’Onu sul calcolo dell’ammontare dei danni provocati dal ciclone Nargis attestano a 2,5 miliardi di euro, circa 4 miliardi di dollari, l’entità complessiva del disastro abbattutosi sulla Birmania. Le stime ufficiali, tuttavia, hanno preso in considerazione esclusivamente l’entità dei danni patrimoniali conseguenti al drastico ridimensionamento delle entrate a seguito del ciclone, ma un’altro genere di danni, di natura psicologica, deve destare crescente preoccupazione: il personale sanitario di soccorso intervenuto in Birmania ha rilevato, infatti, che circa il trenta per cento delle persone con cui è entrato in contatto presenta problemi di salute mentale, come ansia e depressione, connessi alla terribile e catastrofica straordinarietà degli eventi vissuti. (www.medicisenzafrontiere.it) La scomparsa d’interi villaggi e delle famiglie che vi abitavano lascia appena intuire il doloroso abbandono a se stessi in cui ora si ritrovano i sopravvissuti. La condizione d’isolamento sociale ed affettivo delle vittime del ciclone appare riconducibile a tre ordini di fattori che hanno agito simultaneamente, ciascuno dei quali, preso singolarmente, è potenzialmente in grado di destabilizzare l’equilibrio mentale di un individuo: la perdita delle fonti di sostentamento materiale, la perdita del nucleo familiare di riferimento ed il venir meno della comunità di appartenenza. I superstiti del ciclone hanno vissuto queste tre esperienze in un’unica circostanza perdendo in un sol colpo ciò che abitualmente siamo portati ad identificare come punti di ancoraggio dell’individuo nell’ ambiente:
La furia del ciclone non solo ha colpito gli individui nella possibilità di lavorare, determinando l’incapacità a sostenersi economicamente, ma ha inoltre spazzato via la possibilità di fare affidamento sulla coesione dei gruppi familiari, decimati dalla perdita dei propri componenti (morte di uno o entrambi i genitori e/o dei figli) e sulla solidarietà della rete sociale rappresentata dalla comunità "villaggio". La popolazione birmana sta dunque vivendo gli effetti di un improvviso sradicamento economico, affettivo e sociale senza trovare nelle istituzioni il necessario sostegno psicologico e materiale. Occorre inoltre sottolineare come Nargis sia andato a incidere su una situazione sociale già oltremodo compromessa: la strategia d’isolamento culturale sistematicamente attuata dal regime militare nei confronti della popolazione ha conseguito il prevedibile effetto di impedire, attraverso il confronto con altre realtà culturali, l’introduzione nel paese di modelli di comportamento e di vita inconciliabili con il brutale asservimento delle coscienze richiesto dalla dittatura birmana. I generali, infatti, impediscono con bieca determinazione il fluire delle informazioni ed ogni tipo di "contaminazione culturale". Il mantenimento della popolazione in uno stato di progressiva indigenza, attraverso la sottrazione delle risorse prodotte, aveva già da tempo costretto i birmani a vivere in funzione della sopravvivenza, escludendo così la possibilità di perseguire la realizzazione di istanze più elevate quali la libertà, la ricerca spirituale e il valore della democrazia. È tipico di alcune forme di totalitarismo come quello birmano far sì che il popolo rimanga ancorato a un livello di vita quanto più precario possibile. Già R. Maslow, nella sua scala ideale dei bisogni umani, aveva teorizzato l’esistenza di un ordine gerarchico di priorità tra tali bisogni, alla cui base collocava le esigenze connesse alla sopravvivenza materiale e sosteneva che il mancato soddisfacimento dei bisogni primari escludeva la possibilità di accedere ai bisogni di ordine superiore: di natura affettivo-relazionale e di realizzazione personale. In Birmania la necessità di provvedere alle necessità basilari della sopravvivenza ha impedito alla popolazione di affrontare ulteriori istanze di natura psicologica. Di conseguenza il disastro del ciclone Nargis, che ha spazzato via la maggior parte delle loro già umili e precarie fonti di sostentamento, ha avuto ripercussioni ancora più gravi sull’equilibrio mentale dei cittadini. La distruzione provocata dal ciclone ha infatti aggiunto ad una condizione di isolamento culturale e di indigenza materiale mirata all’annientamento dell’individuo, uno sradicamento dei sopravvissuti dal tessuto sociale. Che cosa proveremmo se perdessimo improvvisamente le nostre certezze quotidiane e i nostri affetti? Inevitabilmente ci sentiremmo destabilizzati e privi di punti di riferimento, potremmo cadere in preda all’ansia e a pensieri ossessivi oppure adottare inconsciamente un comportamento di fuga dalla realtà divenendo preda della letargia. E sono proprio questi gli effetti riscontrabili nei sopravvissuti al ciclone i quali ora patiscono condizioni di estrema indigenza e isolamento affettivo e sociale, con effetti visibili sull’assetto psicologico. Gli effetti psicologici del regime dittatoriale birmano, unitamente alle devastazioni materiali ed emotive provocate da Nargis, possono dunque configurarsi come fonte di origine di danni psicologici devastanti e perduranti. Disturbi ai quali il sistema sanitario birmano non vuole e non può fornire adeguate risposte terapeutiche abbandonando di fatto le persone che presentano tali sintomi ad un doloroso senso di solitudine.
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