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È vietato
Navigando in internet leggo "voci della Birmania" che non sono asservite al regime, e mi ritrovo sommersa nell’abituale delirio delle dittature. Leggo di morte, fame, brutalità nelle carceri e nelle strade, torture fisiche e mentali… la solita ferocia. Mi concentro nella lettura e cerco di rimanere lucida, ma dopo qualche minuto sento sulla mia pelle il cinico gioco al massacro di questa dittatura. Continuo a navigare nell'orrore e nelle assurdità di questa nazione e noto la bellezza del popolo birmano; dolci i visi e i sorrisi, sofferenti ma dignitosi. La situazione è grave: la gente vive costantemente sotto la violenta pressione della giunta, senza cibo e con pochissima acqua potabile. I generali promettono morte, stenti e malattie a chi ha avuto la "fortuna" di salvarsi dal ciclone. Man mano che mi calo nella raccapricciante realtà del paese sento risuonare nella testa, con volume sempre più alto, due parole: È VIETATO. Con un ritmo regolare, continuo, ripetuto. È vietato. È vietato dire di aver fame e chiedere al governo da mangiare. È vietato accettare cibo o altre donazioni da privati cittadini. Non è vietato morire di stenti, ma… è vietato lamentarsi se gli aiuti governativi sono scarsi, inefficienti, pressoché inutili. È vietato raccontare la realtà di un paese devastato da eventi naturali. È vietato aiutare a seppellire i morti (1). È vietato "aiutare" nella ricostruzione, lo faranno i residenti costretti ai lavori forzati. È vietato far sorridere le persone e se qualche "giullare" irride il governo la prigione diventa il suo teatro. È vietato possedere videocassette di danza e di teatro, per non minacciare la tranquillità del paese (2). La sagra del grottesco. È vietato comunicare. È evidente che la giunta ha qualcosa da nascondere. È vietato anelare a vivere. La realtà birmana sembra raccontarci questo. Credo che sia impossibile non essere dissidenti in Myanmar. Un paese in cui per andare contro la legge dei dittatori basta essere vivi e voler continuare ad esserlo.
(1) È il caso dell’arresto dei sette volontari di “the Group that Buries the Dead”. http://www.irrawaddy.org/article2.php?art_id=12846 (2) È il caso del giovane blogger, Nay Phone Latt che, da gennaio, è rinchiuso nella famosa prigione di Insein senza ancora una imputazione precisa. http://www.redorbit.com/news/technology/1275182/burma_blogger_begins_second_month_of_detention_internet_closely_monitored/index.html?source=r_technology
Fonti:
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