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4 Burma

È vietato

Navigando in internet leggo "voci della Birmania" che non sono asservite al regime, e mi ritrovo sommersa nell’abituale delirio delle dittature.

Leggo di morte, fame, brutalità nelle carceri e nelle strade, torture fisiche e mentali… la solita ferocia.

Mi concentro nella lettura e cerco di rimanere lucida, ma dopo qualche minuto sento sulla mia pelle il cinico gioco al massacro di questa dittatura.

Continuo a navigare nell'orrore e nelle assurdità di questa nazione e noto la bellezza del popolo birmano; dolci i visi e i sorrisi, sofferenti ma dignitosi.

La situazione è grave: la gente vive costantemente sotto la violenta pressione della giunta, senza cibo e con pochissima acqua potabile. I generali promettono morte, stenti e malattie a chi ha avuto la "fortuna" di salvarsi dal ciclone.

Man mano che mi calo nella raccapricciante realtà del paese sento risuonare nella testa, con volume sempre più alto, due parole: È VIETATO. Con un ritmo regolare, continuo, ripetuto. È vietato. 

È vietato dire di aver fame e chiedere al governo da mangiare.

È vietato accettare cibo o altre donazioni da privati cittadini.

Non è vietato morire di stenti, ma… è vietato lamentarsi se gli aiuti governativi sono scarsi, inefficienti, pressoché inutili.

È vietato raccontare la realtà di un paese devastato da eventi naturali.

È vietato aiutare a seppellire i morti (1).

È vietato "aiutare" nella ricostruzione, lo faranno i residenti costretti ai lavori forzati.

È vietato far sorridere le persone e se qualche "giullare" irride il governo la prigione diventa il suo teatro.

È vietato possedere videocassette di danza e di teatro, per non minacciare la tranquillità del paese (2). La sagra del grottesco.

È vietato comunicare. È evidente che la giunta ha qualcosa da nascondere.

È vietato anelare a vivere. La realtà birmana sembra raccontarci questo.

Credo che sia impossibile non essere dissidenti in Myanmar. Un paese in cui per andare contro la legge dei dittatori basta essere vivi e voler continuare ad esserlo.

 

(1) È il caso dell’arresto dei sette volontari di “the Group that Buries the Dead”. http://www.irrawaddy.org/article2.php?art_id=12846

(2) È il caso del giovane blogger, Nay Phone Latt che, da gennaio, è rinchiuso nella famosa prigione di Insein senza ancora una imputazione precisa. http://www.redorbit.com/news/technology/1275182/burma_blogger_begins_second_month_of_detention_internet_closely_monitored/index.html?source=r_technology

Fonti:
http://www.irrawaddy.org/
http://www.mizzima.com/
www.bma-online.org/