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Senza più marito né mezzi per vivere: le vedove dei pescatori
Una delle categorie più danneggiate dal ciclone Nargis è stata quella dei pescatori e, di conseguenza, le loro famiglie. Fra le vittime del disastro si contano almeno 27 mila pescatori, secondo i dati ufficiali, anche se il numero effettivo non si saprà mai. Secondo l'ONU i pescatori morti o dispersi sono più di 100.000 e sono andati distrutti circa 50.000 acri di vivai. Migliaia di vedove sono rimaste da sole a provvedere alle necessità dei figli, senza più una terra da coltivare né i mezzi per guadagnare dai prodotti del mare. Il ciclone ha devastato anche barche, reti, moli e stabilimenti di lavorazione, paralizzando un settore di punta in una delle nazioni più povere del mondo: basti pensare che lo scorso anno la Birmania ha esportato fra Europa e Asia circa 350.000 tonnellate di pesce, molte delle quali provenienti proprio dall'area del delta dell'Irrawaddy. Anche se sono stati promessi mezzi per garantire il ripristino dell'attività di pesca, il problema è che mancano materialmente le braccia per svolgerla. Di solito sono gli uomini a lavorare nella pesca e se il capofamiglia muore, gli altri membri si trovano ad affrontare un futuro molto più difficile rispetto alle famiglie dei contadini. In certi casi occorre addirittura aspettare che i figli crescano e intraprendano il mestiere del genitore, perché le donne non possono contemporaneamente badare ai figli piccoli e andare a lavorare. Nel frattempo sopravvivono, con prospettive molto incerte, nutrendosi del poco riso fornito da organizzazioni locali.
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