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Quanto costa vivere?
È imbarazzante persino scriverne. Nuovi elementi si aggiungono alla lunga lista di ostacoli che, dopo il passaggio del ciclone Nargis, i contadini del delta dell’Irrawaddy devono affrontare ogni giorno per cercare di riprendere la loro normale vita. Secondo la testimonianza di un contadino del distretto di Laputta è possibile usare un aratro solo pagando i funzionari dell’amministrazione locale che, inoltre, chiedono da 1.000 a 1.500 kyat per un quantitativo di semi pari a 15 kg e 1.000 kyat a gallone per il carburante diesel. Dato che si tratta di cifre elevate per la popolazione locale, già a corto di mezzi di sussistenza, queste “tasse” stanno irrimediabilmente ritardando la semina per la stagione dei monsoni. Se la situazione non cambia in fretta quest’anno moltissimi contadini saranno impossibilitati a lavorare i loro campi. Un funzionario del Ministry of Social Welfare, Relief and Resettlement (Ministero dell’Assistenza Sociale, del Soccorso e della Ricostruzione) a Naypydaw, parlando in forma anonima, ha raccontato di come il ministro riceva continuamente telefonate di lamentela, la maggior parte delle quali riguarda casi di corruzione nell’amministrazione dei villaggi. Il funzionario ha anche spiegato che tipo di “problemi burocratici” insorgono nel gestire le lamentele: trattandosi, infatti, “solo” di un dipartimento di assistenza sociale il ministero non può occuparsi direttamente di questi casi che devono obbligatoriamente passare per le autorità di divisione, distretto e territorio. Starà poi a loro decidere se prendere o meno provvedimenti. Come se non bastasse, i semi forniti dal governo e pagati a caro prezzo dai contadini sono di qualità scadente, inadatti a essere piantati in quel tipo di terreno e, di conseguenza, la loro resa è molto bassa. Le sementi di buona qualità purtroppo sono state tutte distrutte dal ciclone e gli aiuti internazionali, che avrebbero potuto risollevare in parte la situazione, sono stati respinti o rivenduti all’estero. Per non parlare dell’inaffidabilità degli aratri di fabbricazione cinese venduti dal governo. Come tutti i prodotti made-in-China, infatti, molti sono difettosi e non funzionano. La conclusione è evidente: il governo birmano sta impedendo scientemente agli abitanti delle zone devastate dal ciclone di ricominciare a lavorare. Anziché favorire la ripresa delle coltivazioni in tempi brevi, fornisce ai contadini (a pagamento!) semi di pessima qualità, aratri difettosi e sottrae manodopera ai campi per dirottarla verso i lavori forzati. Come può essere riconosciuto e accettato a livello internazionale un governo che condanna volutamente alla carestia una zona già piegata da un disastro naturale?
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