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Maung Maung, una voce dalla Birmania
Maung Maung è un esule birmano. Uno delle migliaia. Segretario generale della Federazione Birmana dei Sindacati (FTUB) vive in esilio in Thailandia dagli anni ’80. Dopo il colpo di stato del 1962 tutte le forme di aggregazione, comprese le organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei giornalisti, sono state abolite ma durante la rivolta degli studenti, nel 1988, i lavoratori sono stati comunque presenti e hanno dato il loro sostegno contro il regime totalitario dei militari. La reazione non si è fatta attendere e il 18 settembre del 1988 tutte le organizzazioni sindacali sono state dichiarate fuorilegge e i loro dirigenti costretti a dimettersi o a rischiare l’arresto. Infatti, chi non si è sottomesso a questo divieto e ha cercato di ricostituire una forma di sindacato, è stato arrestato. Per questo Maung Maung, condannato per terrorismo, ha sopportato 7 anni di carcere duro. A molti suoi colleghi è andata anche peggio e hanno dovuto scontare pene fino a 20 anni. Dopo il carcere Maung Maung ha lasciato il suo paese e da allora la sua vita è fatta di persecuzioni e fughe, sotto il rischio costante di morte per mano dei servizi segreti birmani. Naturalmente, dal momento della sua fuga, non vede né la moglie né il figlio. Non ha potuto più contattarli, trovandosi nella paradossale situazione di doverli tutelare da se stesso, evitando così che i criminali del regime attuassero delle ritorsioni nei loro confronti. Dal suo esilio ha cercato di ricostruire il sindacato e ora fa appello alla società civile occidentale e ad organismi politici come l’UE per trovare sostegno a favore del suo paese. Per questo chiede che l’ONU destituisca il mandato di rappresentanza del Myanmar alla giunta militare e rivendica per Aung San Suu Kyi la posizione di delegata per la Birmania in seno all’ONU. "Quel seggio - dice Maung - deve andare al governo in esilio e all'opposizione guidata da Aung San Suu Kyi” (1). La vicenda di Maung Maung è una delle tante storie amare. Come sappiamo bene la vessazione della giunta dei generali non dà tregua ai pacifici birmani, tenendoli in uno stato di oppressione ormai da decenni. Durante un intervento ad una festa della CISL a maggio del 2007 in cui è stato ospite, Maung Maung ha tristemente ricordato le ingiustizie sociali che avvengono in Birmania (2): "le persone devono lavorare 18 ore al giorno per guadagnare meno di 30 euro al mese […] non hanno diritto a percepire alcun compenso per gli straordinari, ma se rifiutano di farli perdono il lavoro. Anche nel settore governativo le persone ricevono lo stesso stipendio e non hanno la facoltà di scegliere il luogo di lavoro. Se il governo dice loro di spostarsi in un’altra località devono farlo, senza nessuna difesa o tutela sociale”. Oltre alla drammatica condizione degli agricoltori, che muoiono letteralmente di fame, Maung Maung denuncia una situazione in cui i cittadini birmani, a prescindere dalla loro razza e dalla religione, vengono prelevati dall’esercito e costretti a lavorare per i militari. Oltre a non essere retribuite, queste persone non sanno quando potranno fare ritorno alle loro case e centinaia, forse migliaia, sono i morti a causa dei lavori forzati. Maung Maung chiede al mondo occidentale, a chi non è oppresso da un regime tirannico, di partecipare alla tragedia birmana cercando di non cadere nel "buonismo" degli stanziamenti. Quel denaro, infatti, non arriverebbe mai a chi ne ha veramente bisogno ma andrebbe a riempire le "dispense" che nutrono i generali: "[…] Vorremmo chiedere a tutti voi di fare alcune cose per noi: non comprate nulla che provenga dalla Birmania e non viaggiate in Birmania perché il denaro va solo nelle tasche del regime [...] Chiediamo ai governi in seno all’UE una forte presa di posizione politica contro il regime, in modo che si possa arrivare al tavolo dei negoziati. Lo chiedo a nome dei nostri membri, di Ang Saan Suu Kyi e dei nostri affiliati in Birmania. Grazie". Questo è l'appello lanciato da Maung Maung, la cui speranza è vedere il mondo occidentale partecipare alla caduta dei despoti birmani.
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