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Lo sfruttamento minorile in Birmania
Per il regime militare birmano lo sfruttamento del minorile è una prassi normale: si cresce rapidamente in Myanmar. Nel paese le spese per l’istruzione sono quasi totalmente a carico delle famiglie che, non potendole ovviamente sostenere, devono rinunciare a mandare i figli a scuola. I ragazzi si ritrovano così ad affrontare, fin dalla più tenera età, la triste lotta per la sopravvivenza. Della maggior parte di loro non si sa nulla, perché lavorano inosservati nelle piantagioni, nelle aziende agricole e nella raccolta dei rifiuti. Neanche l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) è riuscito a darne una stima seppur approssimativa. Da cinquant’anni i dittatori birmani vessano le etnie minoritarie (soprattutto Karen e Shan e Wa) per impadronirsi dei territori confinanti con la Thailandia, ricchi di piantagioni d’oppio, e poter così dominare totalmente il mercato del narcotraffico. Gli innumerevoli conflitti hanno causato migliaia di morti e le perfide strategie militari, come il disseminare di mine le risaie o l’utilizzo dei civili come scudi umani, hanno determinato esodi di massa verso i campi profughi della Thailandia. Chi è rimasto rischia l’arresto o deve sottostare al volere dei militari che, tramite Il lavoro forzato, riforniscono l’esercito di portatori o abbattono i costi delle opere pubbliche. In compenso l’esercito birmano "contribuisce" all’educazione dei bambini reclutandoli nelle sue fila, minacciandoli o addirittura picchiandoli fino a quando non accettano "volontariamente". È certo però che se, lavorando "tranquillamente" in qualche piantagione, si scampa all’arruolamento si può facilmente incappare in qualche trafficante di esseri umani. I bambini sono, infatti, molto ricercati specie per essere sfruttati sessualmente: la prostituzione infantile è un’altra profonda e diffusa piaga del Myanmar. Nei locali notturni birmani gli ufficiali governativi sono i clienti più assidui delle baby prostitute. Secondo un reportage del quotidiano inglese "The Guardian", a Rangoon, è possibile passare la notte con una tredicenne alla modica cifra di 100 dollari. Il prezzo è, comunque, inversamente proporzionale all’età delle prostitute: più giovane è la bambina e più alto è il prezzo. Nelle basi militari sono frequenti gli stupri, commessi con l’approvazione degli ufficiali: le bambine sono violentate per più giorni e rilasciate solo dopo il pagamento di un'ingente somma di denaro da parte dei genitori. In particolare, nello stato dello Shan, la violenza sessuale è utilizzata dall’esercito birmano come arma di guerra per terrorizzare, umiliare e dominare le forze nemiche. Osare denunciare l’accaduto procura botte, torture e morte. Le ragazze e le donne birmane trafficate in Thailandia subiscono abusi estremi: sono costrette ad avere anche cinquanta clienti al giorno e contraggono tutte il virus dell’AIDS. Quando riescono a fuggire, sono troppo in imbarazzo per ritornare a casa. Se arrestate nei bordelli, durante le irruzioni della polizia thailandese, sono tenute per mesi nei centri di detenzione e subiscono ulteriori abusi. In seguito sono rimpatriate in Birmania, dove devono affrontare l’arresto per aver lasciato illegalmente il paese. L’ultima tendenza dello sfruttamento minorile birmano è verso il mercato cinese, in grande espansione. Per questo motivo un numero in forte crescita di minori viene dirottato nella Repubblica Popolare Cinese. L’amicizia economico-politica tra i regimi dittatoriali di Hu Jintao e di Than Shwe non potevano certo farsi sfuggire tale opportunità di guadagno. Probabilmente i Giochi Olimpici cinesi incentiveranno anche il turismo sessuale. E noi, benpensanti Occidentali, resteremo a guardare.
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