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Le ragioni del silenzio
I dittatori birmani avrebbero nascosto la verità per varie ragioni. Tanto per cominciare i generali non volevano osservatori e giornalisti sul loro territorio. Era rischioso: avrebbero potuto raccontare non solo i danni dello tsunami, ma anche i gravi abusi compiuti quotidianamente contro i civili. Un esempio a caso, avrebbero potuto vedere le persone costrette al lavoro forzato. Motivi ideologici Secondo fonti della dissidenza interna, sempre nell'arcipelago di Mergui, "ci sono stati morti anche tra i soldati delle numerose basi militari della zona, così come nelle diverse isole-carcere e tra i lavoratori delle piattaforme petrolifere. La reticenza del governo in questo caso si spiega facilmente con ragioni politico-psicologiche tipicamente birmane: far sapere al mondo che decine di soldati sono stati spazzati via dal mare significherebbe dare un colpo tremendo al mito dell'invincibilità del Tatmadaw, l'esercito dell'Unione nel cui culto vengono educati i birmani di ogni età" (da A.P., "L’Espresso"). Accettare gli aiuti internazionali significava anche rischiare che la popolazione nutrisse sentimenti di riconoscenza verso gli occidentali, una prova di debolezza che avrebbe esposto il governo a ulteriori critiche. È proibita inoltre la formazione di gruppi, anche di soccorso, per timore che possano portare alla costituzione di un movimento civile. Motivazioni economiche L'arcipelago di Mergui è anche una mira appetitosa su cui il governo birmano ha imponenti progetti di sfruttamento turistico. "In Birmania i militari al potere sono anche i principali proprietari delle imprese di costruzione e degli alberghi, spesso in joint venture con i narcotrafficanti del Triangolo d'oro (Birmania-Laos-Thailandia) e con i nuovi capitalisti cinesi. Attualmente il turismo nel Myanmar, seppur in crescita, è ancora limitato a poche località. Il sud ancora incontaminato rappresenta un business promettente. Far credere al mondo che la Birmania fosse rimasta quasi illesa dallo tsunami era dunque indispensabile e anzi poteva servire a sottrarre viaggiatori alla vicina Phuket, che per i birmani rappresenta un modello invidiato" (da A.P., "L’Espresso"). Ragioni politiche e culturali In questo paese circola un'antica credenza secondo cui una catastrofe naturale preannuncia un prossimo cambio di re o di regime. Quindi una minaccia alle istituzioni, che potrebbe creare nella popolazione pericolose aspettative. "Dopo la rivolta del 1988, soppressa nel sangue, il regime del Myanmar si trova in un delicato e instabile equilibrio, nel costante timore che un evento possa scatenare manifestazioni o rivolte. È talmente impensabile ammettere la debolezza delle proprie infrastrutture e accettare l'aiuto internazionale, che al vertice di Giacarta sullo tsunami il generale-premier birmano Soe Win ha insistito nel negare ogni problema e ha chiesto ai paesi donatori di dirottare i loro aiuti "dove c'è veramente bisogno". Una frase tragicomica, visto che negli ospedali birmani mancano le medicine, gli ospizi sono pieni di anziani abbandonati perché lo Stato ha abolito le pensioni e le strade che portano dalla capitale verso il sud, cioè verso le zone più colpite, sono impercorribili per il brigantaggio" (da A.P., "L’Espresso"). Pur avendo dichiarato di non aver bisogno di aiuti internazionali, di fatto la Birmania ne ha ricevuti alcuni, fra cui quelli della Croce Rossa e della Cina, il più importante partner economico. Arretratezza delle comunicazioni "Le strade interne sono scarse e quasi impraticabili. I telefoni cellulari, pochissimi e privi di roaming internazionale, costano più di 4 mila dollari l'uno, il che li rende esclusivo appannaggio dei più ricchi. Internet esiste solo nelle maggiori città, ma in ogni caso è ridotto ai pochi siti non censurati. Su tutti gli altri, appena si prova il collegamento appare la scritta: Accesso negato - sito proibito” (da A.P., "L’Espresso"). Eppure, nonostante il tentativo dei dittatori birmani di nascondere, insabbiare, sommergere una seconda volta i morti dello tsunami, c’è qualcuno nel mondo che, anche a distanza di tre anni, non riesce a dimenticare. (fonti: L'Espresso, Asianews, Peacereporter)
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