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Le ramificazioni dei maltrattamenti
Dopo il rilascio i disturbi fisici conseguenti alle torture, alle condizioni disumane, al sistema sanitario inadeguato, ricordano giorno per giorno alle vittime ciò che hanno dovuto patire. C’è chi soffre di paralisi dovute ai pestaggi, perdita di memoria, intolleranza alla luce e al rumore e di una serie di disturbi fisici e psichici. Il sentimento di impotenza e di esasperazione alimenta la sofferenza mentale. Chi ha subito maltrattamenti così gravi fa poi fatica a ristabilire legami: non riesce a rapportarsi con persone che non siano passate per la sua stessa esperienza, o a fidarsi degli altri. La personalità ne esce profondamente modificata. In Birmania c’è scarsa conoscenza delle malattie mentali, per cui non esistono trattamenti adeguati. Qualcuno per la disperazione si suicida, o almeno ci prova. Alcuni, per paura, cedono alla richiesta delle autorità di diventare informatori. Questa scelta obbligata li rende ancor di più degli emarginati perché familiari, amici e colleghi se ne allontanano per timore di essere arrestati a loro volta. Nel caso di prigionieri politici, le autorità tendono non solo a sgretolarne l’identità, ma a renderli una testimonianza vivente di ciò che accade a chi si schiera contro regime: la persecuzione non termina nemmeno dopo il rilascio. Le autorità impediscono che riprendano a lavorare o a studiare sia in patria, facendo pressioni su datori di lavoro e università, che all’estero, negando loro passaporti e visti. Non potendo ristabilire una propria identità, né guadagnare, alcuni ex prigionieri sviluppano un profondo senso di colpa per non poter provvedere alle loro famiglie. Questo accade in Birmania, paese firmatario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Paese che, sotto l’ala protettrice della Cina, è immune da sanzioni dell'ONU e della Comunità internazionale. Ancora per poco, speriamo.
Fonti:
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