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4 Burma

Torture psicologiche

La tortura psicologica, il cui uso in Birmania è notevolmente aumentato nel corso degli anni, lascia cicatrici che guariscono raramente e uno stato di angoscia che dura tutta la vita e per il quale non esiste cura.

Durante gli interrogatori e la detenzione, le autorità minacciano costantemente i prigionieri, rimarcando la loro facoltà non solo di interrompere le visite dei familiari o prolungare il periodo di detenzione, ma anche di picchiarli, violentarli e persino ucciderli. Altre volte minacciano di imprigionare o far del male ai loro parenti, amici e colleghi.  Di tutti gli abusi subiti danno la colpa alle vittime stesse, a cui viene detto che sono torturate perché non rispondono adeguatamente agli interrogatori.

La detenzione senza possibilità di comunicare (viene impedito persino di cantare, ammesso che si abbia la forza di farlo) ha un impatto fortissimo sulla salute mentale dei prigionieri, i quali temono che la mancanza di contatti col mondo esterno autorizzi i loro carcerieri a fare qualsiasi cosa, senza limitazioni. Le autorità tendono a isolare soprattutto i prigionieri politici, in particolare i leader, in modo che non abbiano la possibilità di contattare e organizzare altre persone. Durante l’isolamento, a causa dell’assoluta mancanza di stimoli mentali, alcune persone impazziscono letteralmente. Qualcuno riesce a salvarsi praticando la meditazione.

Spesso i contatti con i familiari vengono negati per mesi e alcuni detenuti possono comunicare con i loro cari solo tramite altri prigionieri a cui è consentito ricevere visite. Queste, della durata di 15 minuti, sono permesse ogni due settimane (possono essere comunque negate o ridotte in qualsiasi momento) ma sono deliberatamente ostacolate in vari modi: i prigionieri vengono trasferiti in carceri molto lontane da casa, così che la famiglia sia costretta ad affrontare enormi difficoltà per raggiungerli. Durante la visita, è sempre presente un carceriere che prende scrupolosamente nota dei colloqui, in modo da poter eventualmente punire il prigioniero per quanto detto durante la conversazione.

Spesso il regime arresta contemporaneamente più membri di una stessa famiglia, così da esasperare il senso di angoscia per il destino dei propri cari.

Durante gli interrogatori vengono sfruttate anche le fobie, si utilizzano ad esempio i serpenti con chi ne ha il terrore.

Altre pratiche finalizzate all’umiliazione dei prigionieri comprendono il lasciarli per ore a contatto con escrementi umani, causando spesso anche l’insorgere di malattie; tagliar loro i capelli a caso mentre sono immobilizzati dalle guardie; contaminare il cibo (già infimo per qualità e valore nutritivo) con escrementi.

Come se non bastasse, visto che stare in fila per ricevere la propria razione occupa la maggior parte del tempo, accade spesso che qualcuno non riesca a completare il pasto perché la pausa è finita.

Per offendere i prigionieri di sesso maschile, le autorità si rivolgono loro con appellativi femminili oppure ne storpiano il nome in modo che sembri femminile. La sistemazione in condizioni di scarsa igiene ha anch’essa lo scopo di umiliare i prigionieri: per le donne è un’esperienza particolarmente degradante non avere assorbenti, biancheria di ricambio e acqua per lavarsi durante il periodo mestruale.

Le celle stesse possono considerarsi una tortura. Al buio completo o illuminate ininterrottamente. Sovraffollate o in totale isolamento. Infestate da animali di ogni tipo che nessuno ha cura o interesse a rimuovere: ratti, topi, serpenti, scorpioni, vermi, lucertole, sanguisughe, gatti, pidocchi, mosche e larve. Le celle "regolari" non si avvicinano neanche lontanamente agli standard internazionali e in quelle riservate alle punizioni il soffitto di cemento cade a pezzi e la sporcizia è inimmaginabile, dato che l’angolo adibito a "toilette" non viene mai pulito.

Le "Dog cells" sono celle di punizione, originariamente alloggi dei cani dell’esercito durante il periodo coloniale. Buie, sporche, pidocchi ovunque, odore pessimo. Acqua da bere a disposizione durante la reclusione: una tazza in due settimane.

Nelle "Death Row Cells" le condizioni sono di proposito rese ancora peggiori. Gelide anche d’estate (e agli "ospiti" viene proibito di indossare abiti pesanti) e infestate di larve a tal punto che i reclusi organizzano dei turni in modo che uno rimanga sveglio ad allontanare le larve dai compagni che dormono.

Per abbattere definitivamente il morale dei prigionieri vengono anche inscenati dei falsi rilasci. Ai detenuti non viene mai comunicata la data del rilascio, che spesso arriva a sorpresa. Iniziano così le procedure per la scarcerazione e il detenuto è condotto fino ai cancelli della prigione, dove a volte riesce anche a vedere la propria famiglia, dopodiché viene arrestato di nuovo.

Ma la tortura peggiore, secondo le testimonianze, consiste nell’essere costretti ad assistere alle sevizie compiute sugli altri: le grida e le immagini strazianti continuano a perseguitare i prigionieri anche dopo il rilascio.

 

Fonti:
http://www.aappb.org/tortour_report.pdf
http://www.ncgub.net/data/2005HRYearbook/Torture_and_Other_Cruel_Inhuman_and_Degrading_Treatment_or_P.htm http://www.aappb.org/report6_Brief_Torture.pdf
http://www.ultimenotizie.tv/birmania-manifestanti-torturati-e-schiacciati-dai-camion__7612.html
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/01/02/AR2006010201865.html