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La tortura in birmania
Un giorno un prigioniero si lamentò perché gli davano poca acqua per lavarsi, mentre i maiali ne ricevevano molta di più. Le autorità gli risposero: "È vero! Non solo: quando muore un maiale, noi dobbiamo riempire almeno sette pagine di moduli. Quando muore un prigioniero politico, ce la caviamo con un rapporto di mezza pagina". Quando un uomo vale meno di un maiale qualsiasi nefandezza diventa lecita: questo è quello che accade in Birmania. Grazie ai drammatici racconti di ex detenuti per lo più politici – e nonostante i ripetuti tentativi di insabbiamento da parte delle autorità – il mondo è venuto a conoscenza di una delle piaghe più dolorose del sistema carcerario birmano: la tortura. Con l’avvento del regime, nel 1962, la violenza fisica, psicologica e sessuale è diventata una pratica drammaticamente abituale. Nonostante il Codice penale vieti la crudeltà inflitta allo scopo di ottenere confessioni o informazioni (pur non nominando mai esplicitamente la "tortura"), di fatto i torturatori possono contare sull’impunità. Salendo i gradini del comando, infatti, si arriva dritti ai vertici dell’SPDC - State Peace and Developement Council (Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo). Suona strano? Forse risulterà più chiaro ricordando che fino al 1997, anno in cui la giunta decise di "ingentilire" la sua facciata, lo stesso si chiamava SLORC "Consiglio di Stato per la Restaurazione della Legge e dell'Ordine". Premeditata, sistematica, la tortura è di routine durante gli interrogatori e viene giustificata nelle carceri o nei campi di lavoro come punizione per chi infrange le (arbitrarie) regole di un manuale carcerario che risale al periodo coloniale. Gruppi etnici armati vengono torturati a scopo di estorsione, punizione o interrogatorio, ma non sono risparmiati nemmeno studenti, gente comune e monaci buddisti. La funzione della tortura è duplice: serve a annientare la personalità della vittima e a creare in lei uno stato di terrore. Frantumare in maniera deliberata l’identità di tutti quelli che, secondo il regime, "minacciano la stabilità dell’Unione" è l’obiettivo primario del sistema carcerario in Birmania. Le leggi birmane in proposito sono abbastanza confuse (non è ben chiaro quali azioni siano criminalizzate) e soggette ad arbitrii. I primi maltrattamenti sono rivolti a umiliare e degradare la vittima. Il prigioniero appena arrestato viene bendato, incappucciato e costretto in queste condizioni per tutta la durata dell’interrogatorio, così che non possa identificare i volti dei suoi aguzzini, dei quali non dimenticherà mai le voci, i passi, il tintinnio delle chiavi e persino le ombre. Mentre è incappucciato, per potersi muovere, deve fare affidamento sulle istruzioni delle autorità, che gli ordinano di saltare, girare o fare altri movimenti assolutamente non necessari, al solo scopo di umiliarlo. I cappucci, generalmente già sporchi, sono o di cotone pesante, oppure fatti con vecchi sacchi di riso, coperte o con gli stessi abiti del prigioniero e rendono la respirazione estremamente difficoltosa. La benda a volte è di gomma: lasciata per lunghi periodi causa una sensazione di bruciore agli occhi. È difficile stabilire una netta distinzione fra torture fisiche e psicologiche, poiché in certi casi il confine è molto sottile. Per un periodo che dipende esclusivamente dal capriccio delle autorità, il prigioniero viene privato di cibo, acqua e sonno: il risultato è la perdita della cognizione del tempo. Quando finalmente gli vengono forniti cibo o acqua, le quantità sono sempre limitate e insufficienti. Durante gli interrogatori a volte viene concesso il permesso di usare il gabinetto, ma per ottenerlo il prigioniero deve supplicare e non sempre viene accontentato. C’è stato chi, privato dell’acqua, ha cercato di bere direttamente dal water, ma, scoperto dalle autorità, è stato brutalmente picchiato. I centri per gli interrogatori, primi luoghi deputati alle torture, sono situati per lo più in località segrete e impossibili da localizzare. L’accesso ai civili è in ogni caso proibito.
Fonti:
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