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4 Burma

Un passo indietro: lo tsunami del 26 dicembre 2004

Vediamo cosa successe in Myanmar, ex Birmania: il paese nelle peggiori condizioni di miseria, arretratezza e inaccessibilità fra quelli colpiti dalla catastrofe.

"Oltre mille chilometri di costa birmana, con centinaia di villaggi costruiti in canna di bambù, si affacciano sul mare delle Andamane, dove l’ondata ha colpito con grande violenza. Ma mentre a poche ore dalla tragedia cominciavano ad arrivare le prime cronache su quanto era avvenuto nelle spiagge thailandesi e nelle stesse Andamane (appartenenti all'India), sulla Birmania calava immediatamente la censura. Silenzio assoluto da parte del governo e dei mass media, tutti controllati dalla giunta militare. Pochissime le notizie telefoniche dalla capitale Yangon, dove il terremoto non aveva fatto danni significativi, ma nessuno aveva idea di quanto stava accadendo nel sud del paese.
Dopo un intero giorno di silenzio, in serata la tv di Stato annunciava ai birmani che il loro premier, il generale Soe Win, aveva inviato le sue condoglianze ai capi di Stato di Indonesia, Sri Lanka e India. Nessun accenno a danni o vittime nel Myanmar. Ventiquattro ore più tardi il quotidiano ufficiale "The New Light of Myanmar" riportava in basso una notiziola in cui si diceva che il terremoto aveva colpito anche alcune zone della Birmania causando 34 morti e 200 feriti. Più in alto e molto più in grande, il titolo sulla Conferenza nazionale dei commercianti di sesamo e fagioli che si sarebbe aperta di lì a poco a Yangon" (estratto da Alessandro Politi per "L’Espresso").

Solo alcune settimane più tardi cominciò a trapelare una realtà ben più drammatica: almeno mille i birmani morti e decine di migliaia i senzatetto che non potevano ricevere acqua o medicinali per il blocco imposto dal regime. "La sorte di molti pescatori è rimasta nascosta finché non hanno iniziato a parlarne i sopravvissuti e i familiari delle vittime, che riferirono di villaggi spazzati via e di bambini ingoiati dalle acque mentre giocavano sulla spiaggia, a cui bisogna aggiungere tutte le barche dei pescatori che non sono più tornate a riva" (le citazioni sono da A.P, "L’Espresso").

Inoltre, nell’arcipelago di Megui, ottocento isole al sud del paese, sarebbe annegato un numero imprecisato (si parla di almeno 200 vittime) di 'gitani del mare', detti anche Moken o Salon, "un'etnia che vive da centinaia di anni in quelle acque, parla una lingua incomprensibile al resto dei birmani ed è attaccatissima alle proprie tradizioni". Per gran parte dell’anno vivono sull’acqua in barche di legno e per il governo non esistono: "animisti, i moken sono gente pacifica, ma rifiutano ogni forma di integrazione, per questo sono sfuggiti ai censimenti e non hanno documenti di identità. Alla fine di dicembre, nel pieno della stagione secca, la maggior parte di loro si trovava al largo o a ridosso delle isole colpite dal maremoto. Si calcolava che prima dello tsunami fossero tra i quattro e i 5 mila, ma nessuno ha idea di quanti ne siano rimasti" (sempre da A.P., "L’Espresso").

Impossibile anche determinare con certezza quanti lavoratori birmani siano scomparsi in Thailandia: sulle coste thailandesi lavoravano oltre 100 mila espatriati birmani, fuggiti dal regime repressivo: per lo più immigrati senza documenti, quindi la giunta sostenne di non avere alcuna responsabilità sulla loro sorte, in quanto fuggiti dal Paese in modo illegale e rifiutò di ammetterne l'esistenza.

Bangkok iniziò poi a rimpatriare centinaia di lavoratori, sia perché scoperti senza permessi di soggiorno, sia perché accusati in certi casi di aver compiuto furti tra le macerie. Si è calcolato che le vittime tra gli espatriati siano state almeno un migliaio e altrettanti i dispersi.

Una settantina di salme, accertate e riconosciute, non potevano essere sepolte perché era necessario il riconoscimento ufficiale della loro cittadinanza da parte della giunta militare di Yangon.

(fonti: L'Espresso, Asianews, Peacereporter)