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Dove finisce il tesoro della Birmania?
Oro, rubini, zaffiri, petrolio, immense foreste di teak, 60 tipi di raccolti diversi (tra cui riso, grano e tè) e significative riserve di gas naturale: questo è il tesoro della Birmania, allo stesso tempo un Paese potenzialmente ricchissimo e una delle realtà più povere al mondo. Come si spiega questa discordanza? Proviamo a fare un po’ di luce. Dal 1987 la Banca Mondiale non approva più i prestiti per il Myanmar, Paese giudicato "incapace di compiere riforme economiche e di altro tipo", mentre dal 1998 il Fondo Monetario Internazionale lo ha qualificato come HIPC ("Heavily Indebted Poor Country") ovvero "Paese povero e fortemente indebitato". Qualcosa non torna. Si potrebbe ipotizzare che le ricchezze di cui sopra, pur presenti, non vengano adeguatamente sfruttate oppure che non ci siano investimenti. O forse è l’embargo sulla vendita di armi che l’Unione europea ha imposto dal 1988 o quello americano, inasprito dal 1997 anche da un blocco economico, ad impedire che il Paese faccia affari e si sviluppi? Prendere per buone queste risposte ci porterebbe fuori strada. Infatti, la fonte di guadagno primaria arriva dall’esportazione di gas naturale: montagne di denaro giungono in Birmania grazie ai giacimenti di Yadana e Yetagun. Si calcola che, solo a Yadana, ci siano riserve per più di 5 miliardi di metri cubi di gas, che si esauriranno non prima di 30 anni; quelle di Yetagun sono più ridotte, ma comunque molto rilevanti. Un consorzio di aziende sudcoreane e indiane, in accordo con la Myanmar Oil and Gas Enterprise, ha inoltre scoperto un grosso giacimento di gas di fronte alla costa dello Stato di Arakan, nella Birmania occidentale. Le stime relative alla produzione vanno dai 37 ai 52 miliardi di dollari e porterebbero a un introito totale dai 12 ai 17 miliardi di dollari in vent’anni. Nonostante l’embargo, secondo l’analisi dell’FDI (Foreign Direct Investment) nel 1999 l’Unione Europea figurava nel 43% di tutti gli investimenti effettuati in Birmania e nel 2000 questa percentuale era salita al 71%. Solo tra il 1988 e il 2002, in Birmania ci sono stati investimenti europei per almeno 4 miliardi di dollari. Secondo un elenco compilato dalla Global Unions, in Birmania operano 104 imprese europee. La Cina è sicuramente il partner economico più prezioso della Birmania, nonché il maggior fornitore di armi. Il commercio fra i due Paesi è salito nel 2006 a 146 miliardi di dollari. La Cina ha costruito nel Paese ponti, centrali elettriche, stadi e fabbriche, sfruttando in cambio energia e materie prime. Secondo i dati di EarthRights International, nell’ultimo decennio 26 multinazionali cinesi hanno sviluppato grandi progetti in Birmania. Tra questi, la costruzione di un oleodotto e di un gasdotto di 2.380 km dalla provincia di Arakan allo Yunnan. Intensi commerci riguardano poi oro, pietre preziose e altre risorse di punta come prodotti ittici, teak e riso. Le aziende che commerciano con la Birmania argomentano come la loro presenza sia costruttiva e vantaggiosa per la popolazione birmana: anche Singapore, Russia, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Indonesia, Svizzera e Gran Bretagna conducono significativi investimenti nel paese filo-comunista. Dulcis in fundo, la Birmania contende all’Afghanistan il ruolo di maggior produttore internazionale d’oppio, coprendo l’8% circa della produzione mondiale, nonché di narcotici, amfetamine incluse. Il Dipartimento di Stato americano valuta che circa il 40% dell’eroina presente negli Stati Uniti abbia origine in Birmania. Non possiamo non giungere alla conclusione che la Birmania viaggia su un doppio binario economico, fatto da una parte da un’economia legale e dall’altra da un vasto settore "informale" ed illegale. La somma delle due realtà crea un fiume di denaro. Ma chi beneficia di tutta questa ricchezza? Non certo il Paese. Analizzando qualche dato macro-economico, registriamo un deficit fiscale cronico, un elevatissimo tasso d’inflazione, una condizione del sistema bancario critica, tecnologie ed attrezzature industriali ampiamente obsolete, insufficienti infrastrutture e una bassissima diffusione e qualità dell’istruzione. Si calcola che solo il 10% del PIL birmano giunga allo sviluppo e al sistema sociale, costringendo la popolazione a vivere nell’indigenza: l’ONU calcola che i circa 50 milioni di abitanti spendono fino al 70% delle entrate mensili in cibo. Una condizione di estrema povertà. Tutto ciò perché il vero ed unico destinatario della ricchezza birmana è lo State Peace and Development Council (SPDC), nome ufficiale della giunta dittatoriale birmana. Destinata la fetta più grande del bilancio ufficiale (circa il 50%!) alle spese militari per mantenere il decimo esercito al mondo, sono solo gli oligarchi della giunta ad accumulare enormi quantitativi di denaro. Tom Malinowski, Washington Advocacy Director di Human Rights Watch, in una sua recente testimonianza davanti al Senato americano sulle relazioni finanziarie internazionali dell’elite birmana, ha detto che non esiste trasparenza in Birmania su quanto il governo riceve in pagamenti di petrolio e gas, né chiarezza su come i fondi sono spesi. Gli accordi commerciali "ufficiali" o illeciti, la corruzione e il contrabbando sottraggono la ricchezza del Paese a vantaggio di pochi assassini: la classe dirigente vive nell’opulenza, lasciando marcire tutto il resto del Paese. E mentre consiglia ai sopravvissuti del ciclone di mangiare "rane e pesci", che abbondano nel delta del fiume Irrawaddy, pare che il generalissimo Than Shwe abbia speso per il matrimonio della figlia l’esorbitante cifra di 50 milioni di dollari. È un cancro alla testa la malattia che affligge la Birmania.
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