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La giunta si arricchisce con la ricostruzione
Il ciclone Nargis ha lasciato dietro di sé un incalcolabile numero di morti, ma i superstiti devono subire un’altra calamità: la giunta militare. Dopo più di un mese, la quasi totalità dei sopravvissuti ha ricevuto un’assistenza insufficiente e circa un milione non ne ha ricevuta alcuna (1). I dittatori birmani continuano a impedire agli esperti internazionali l’accesso nel paese. La scusa addotta per giustificarsi di fronte alla popolazione è che gli Stati Uniti e le Organizzazioni Internazionali, dietro il pretesto degli Aiuti, nasconderebbero la mira di asservire la Birmania. Sul fronte degli Aiuti umanitari, il governo ha quindi concesso soltanto pochissimi interventi nelle zone più disastrate del basso delta dell’Irrawaddy. In questo modo la Giunta Militare non ha rispettato la promessa di cooperare ed ha creato uno iato invalicabile con le ONG internazionali, impedendo e perseguitando anche ogni azione condotta dai gruppi locali. In tale situazione, con una popolazione alla fame e senza Aiuti, il Ministro della difesa del Myanmar ha avuto più volte la spudoratezza di dichiarare che la fase critica era passata e che era stata già avviata la ricostruzione. Qual è il reale motivo del comportamento della giunta? È la paura ossessiva che il mondo possa vedere cosa accade in questo angolo d’inferno? La domanda sembra retorica, specie per chi vive l’orrore quotidiano della dittatura birmana. Orrore amplificato dalla ricostruzione, che porta con sé sfratti forzati, espropri coatti dei terreni, sfruttamento del lavoro, coscrizione obbligatoria e tratta degli esseri umani. Analizzando tutto ciò, non sembra azzardato tradurre la loro ostinata chiusura al mondo come un: "non toccateci quei milioni di disperati scampati al ciclone, ora ci servono come schiavi". A tal proposito, il Washington Post del 13 giugno riporta il caso della società Htoo Trading, a cui è stato dato il controllo dei distretti di Ngaopudaw e di Heingigyum. La società sta sfruttando, nei suoi cantieri, i sopravvissuti del Nargis pagandoli 800 kyat al giorno, approssimativamente 50 centesimi di euro. Peccato che oggi in Birmania il costo di un litro d'acqua raggiunga l’equivalente di un euro. Inoltre, sembra logico pensare che la giunta voglia tenere tutto per sé l’enorme business della ricostruzione. A pochi giorni dal passaggio di Nargis, la giunta militare aveva già assegnato zone e "settori chiave" del delta dell’Irrawaddy a magnati e aziende vicine al regime, alcune delle quali sottoposte ad embargo dal Tesoro americano. Secondo quanto riportato dal settimanale birmano Voice, considerato da molti come filogovernativo, alcuni tra i più importanti uomini d'affari, come Tay Za (il proprietario della Htoo Trading) e Steven Law, hanno ricevuto l’incarico della "ricostruzione", sotto la supervisione di alti generali della giunta. Le imprese di Tay Za - definito dal Ministero del Tesoro statunitense lo "scagnozzo del regime" – sono sottoposte, dallo stesso Ministero, a sanzioni economiche concernenti il blocco di qualunque attività finanziaria e commerciale sul territorio americano. La contiguità tra Tay Za e il Regime è comprovata anche dal fatto che la "Bagan Air", compagnia aerea sia militare sia civile, è una società a capitale misto i cui soci sono Tay Za e la famiglia del generalissimo Than Shwe (2). Come riportato anche da The Irrawaddy del 16 maggio, già una settimana dopo Nargis 43 aziende vicine alla giunta si erano divise lucrosi contratti in ben 11 distretti colpiti dal ciclone. Una di esse è l’Asia World Company, incaricata della ricostruzione del distretto di Kungyungone di proprietà di Stephen Law, anche lui sottoposto ad embargo USA perché sospettato di traffico di droga. Invece, l’Ayear Shwe Wah, azienda che ha ottenuto i progetti di ricostruzione nel distretto di Laputta, è diretta da Aung Thet Mann, figlio del generale Thura Shwe Mann, già accusato di aver abusato della sua posizione per vincere l’appalto della costruzione del Ministero della Guerra nella capitale Naypyidaw. Non per niente l’ONG Transparency International mette la Birmania (a pari merito con la Somalia) al primo posto tra 179 paesi per il più alto grado di corruzione (3). Comunque, nonostante la chiusura agli esperti internazionali, la giunta sta cercando di "rastrellare" donazioni in denaro a destra e sinistra. Sembra di assistere ad un film dalla trama trita e ritrita: miliardi di dollari rubati, lavoratori non pagati, appalti lucrosi distribuiti a complici e prestanome. Ma è la realtà. È il modo indegno con cui il regime sfrutta a proprio vantaggio persino un evento drammatico come il ciclone Nargis. (1) Le stime dell’Onu sostengono che siano poco meno di due milioni e mezzo gli sfollati e i senzatetto che necessitano aiuti urgenti. http://www.wfp.org/english/?ModuleID=137&Key=2874 (2) Una notizia "curiosa" è stata, a tal proposito, riportata dal Bangkok Post il 31 maggio: la sera prima del ciclone, nonostante l’assenza di un benché minimo avviso alle popolazioni birmane, la flotta della "Bagan Air" è stata frettolosamente spostata dalla base di Rangoon (sulla rotta del ciclone) all’aeroporto di Mandalay, un luogo sicuro. Uno scoop degli indovini birmani che lavorano per la giunta? http://www.bangkokpost.com/310508_News/31May2008_news20.php (3) per la consutazione del Corruption Perceptions Index 2007 si veda: http://www.transparency.org/publications/gcr/download_gcr#summary http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/06/12/AR2008061203782.html
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