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Cronache del dopo ciclone
Nonostante l’annuncio di un’importante operazione multilaterale di resoconto sui danni provocati dal ciclone Nargis in Birmania, mercoledì 11 giugno 2008 diciotto vittime del ciclone (uomini e donne) sono stati arrestati a seguito della loro richiesta d’aiuto presso l’ufficio delle Nazioni Unite a Rangoon. Come riporta "Irrawaddy", si erano recati lì a protestare per non aver ricevuto alcuna assistenza da parte del governo. Il 23 maggio il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, si era incontrato con il generale Than Shwe per assicurare il libero accesso agli operatori stranieri nel paese e il sostegno internazionale alle vittime del ciclone. Sfortunatamente la giunta non ha mantenuto le promesse fatte in tale occasione. Il regime è stato aspramente criticato perché gran parte dei superstiti non ha ancora ricevuto gli aiuti, ciononostante alcune navi militari americane, dopo aver a lungo sostato al largo delle coste birmane, non sono riuscite a consegnare il loro carico di provviste a causa del rifiuto delle autorità di rilasciare i visti. In più, la giunta sta procedendo allo sgombero dei campi profughi e rispedisce a forza i rifugiati nei propri villaggi distrutti. L’ultimo campo a Kawhmu, un distretto meridionale di Yangon, è stato chiuso lunedì 2 giugno. "Non abbiamo nessun posto dove andare e non sappiamo come altro vivere se non pescando e coltivando i campi", ha dichiarato U Kyi, che aveva trovato rifugio con sua moglie in uno dei campi alcuni giorni dopo il ciclone. Gli sfratti si sono intensificati sull’onda della critica dei media ufficiali all’ingresso degli aiuti stranieri nel delta, e sono mirati a dimostrare che la situazione sta tornando alla normalità e le vittime "se la stanno cavando da sole". (www.reuters.com) Nelle prossime settimane, esperti delle Nazioni Unite cercheranno di determinare le condizioni dei 2.4 milioni di sopravvissuti nella regione. 78.000 persone sono morte dopo il ciclone e, nonostante gli sforzi della comunità internazionale, il regime birmano sta ancora dimostrando, oltre a indifferenza e brutalità verso il proprio popolo, completa inettitudine nel gestire il disastro. In questa situazione tragica, l’ASEAN non è di alcun aiuto. La sua "squadra specializzata nella valutazione delle emergenze" avrà bisogno di almeno tre settimane per stilare un rapporto sulle conseguenze del ciclone ma le vittime birmane e i profughi hanno bisogno di un aiuto concreto ora, non gli servono né la burocrazia né i compromessi che l’ASEAN ha scelto di fare con la giunta del generale Than Shwe. Per mettere un freno all’arroganza del regime sarebbero necessarie pressioni ben più decise, soprattutto da parte del suo membro principale, l’Indonesia. Intanto, i media ufficiali Birmani stanno facendo circolare false notizie secondo cui tutti gli aiuti sarebbero stati consegnati, e i coltivatori dell’area del delta (una delle principali regioni produttrici di riso) starebbero già piantando il raccolto per la prossima stagione. Secondo Paul Risley, portavoce dell'U.N. World Food Program, la Birmania sarà costretta ad importare cibo per almeno un anno a causa dei danni provocati dal ciclone, che ha colpito la zona proprio poche settimane prima del periodo di semina. Secondo l’U.N. Food and Agriculture Organization circa 495,000 acri dei 2.5 milioni coltivati a riso nel delta dell'Irrawaddy sono stati seriamente danneggiati e non saranno utilizzabili per la semina perché contaminati dall'acqua di mare o allagati. Alcuni terreni sono stati bonificati ma i coltivatori devono ancora affrontare molti ostacoli. Tali ostacoli includono la mancanza di ripari, di sementi, di fertilizzanti e di animali per arare, molti dei quali sono morti durante il ciclone. Nell’area del delta la malnutrizione era già una grave piaga, ulteriore mancanza di cibo e probabili epidemie minacciano di peggiorare una situazione già precaria.
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