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Il dopo referendum in Birmania
Il 29 Maggio 2008 il governo di Myanmar ha formalmente approvato la Nuova Costituzione Nazionale, seguita al controverso referendum tenutosi nel caos causato dal ciclone Nargis. Secondo la giunta militare la nuova Costituzione, con le elezioni generali che si terranno nel 2010, aprirà la strada alla democrazia in Birmania. In realtà quasi tutti concordano nel ritenere che essa sia stata progettata appositamente per garantire il controllo dei militari sulle elezioni e perpetuarne la salda presa sul potere nel paese. Il nuovo testo costituzionale è stato preparato da 54 esperti, tutti rigorosamente selezionati dal regime e da cui erano ovviamente esclusi i partiti all’opposizione e i rappresentanti delle principali etnie. È un documento di 194 pagine contenente 457 articoli. La nuova Carta Costituzionale assicura alla giunta un ruolo dominante nella futura Birmania, garantendo ai militari il diritto di nominare 110 membri tra i 440 della Camera Alta e 56 tra i 224 della Camera Bassa. Le forze armate godranno dunque dell'assegnazione del 25% dei seggi in entrambe le Camere del Parlamento birmano e del diritto di veto sulle decisioni del consesso stesso. Inoltre la Costituzione stabilisce che, in condizioni di emergenza, il Presidente consegni tutti i poteri al Capo di Stato Maggiore per un anno e non autorizza emendamenti al testo costituzionale senza il consenso di più del 75% dei parlamentari. Infine, nella Costituzione si può leggere che nessun politico sposato con uno straniero, o che abbia figli di nazionalità straniera può rivestire cariche pubbliche. Ne consegue che la leader del partito di opposizione Aung San Suu Kyi, vedova di un professore inglese da cui ha avuto due figli, viene automaticamente esclusa dalle prossime elezioni. Lo stesso 29 Maggio 2008 il generale Than Shwe ha annunciato, in un comunicato ufficiale, che la nuova Costituzione era stata sostenuta dal 92,48% degli elettori e che il 91.12% dei votanti si era presentato alle urne. Ciò vuol dire che secondo la giunta i 2.4 milioni di sopravvissuti al ciclone Nargis, che ancora lottano per la sopravvivenza, si sono comunque recati a votare nei loro villaggi devastati e semidistrutti. (http://themoderatevoice.com) Than Shwe ha ignorato gli appelli internazionali a rimandare il referendum, tenutosi come da programma il 10 e il 24 maggio malgrado il disastro causato dal ciclone, ed ha “democraticamente” costretto la gente a votare a favore della Nuova Costituzione in cambio dei generi alimentari provenienti dagli aiuti umanitari. Inoltre, diverse associazioni internazionali tra cui il PILPG (Public International Law & Policy Group) si sono affiancate ai membri dell’opposizione birmana nel denunciare le scorrettezze occorse durante il referendum. In un rapporto del PILPG si legge: “Il referendum birmano non è stato né libero, né giusto poiché non è stato condotto in conformità con il Diritto Internazionale e gli standard democratici di base” (1). La giunta in sostanza non solo ha estorto voti a chi si aggrappava alla vita, tra impotenza e disperazione, ma si è anche dedicata senza scrupoli ad ogni immaginabile forma di broglio elettorale. Nonostante ciò il governo asserisce, attraverso il suo organo ufficiale "New Light of Myanmar", che il referendum ha "spazzato via" la vittoria ottenuta da Aung San Suu Kyi nelle elezioni del 1990 (vittoria peraltro mai riconosciuta dalla giunta, che tiene il leader dell’NLD agli arresti domiciliari da 18 anni). Dalle pagine del "New Light of Myanmar" la dittatura militare birmana critica: "le lamentele di coloro che si aggrappano ad un mandato ‘obsoleto’ [la NLD n.d.r.]" e li avverte di "non costruire castelli in aria". "Coloro che dichiaravano di essere stati democraticamente eletti nel 1990 dovrebbero buttare il loro mandato nello scarico" perché "ormai le loro speranze sono state spazzate via dal voto delle persone". "Se vogliono avere il mandato del popolo nella nuova nazione, con il nuovo sistema, dovranno candidarsi alle elezioni secondo le regole", aggiunge il quotidiano governativo senza chiamare mai per nome Aung San Suu Kyi o l’NLD. L’assenza di libertà politica in Birmania è assoluta. Sono vietati i partiti, le organizzazioni sindacali e le associazioni, in più, coloro che criticano la nuova costituzione rischiano fino a 20 anni di carcere. Questa sarebbe la via Birmana alla democrazia. L'unico commento che si può fare è: "meglio morti, che schiavi".
(1) “Burmese Constitutional Referendum: Neither Free nor Fair”, Fonti: http://www.irrawaddy.org/article.php?art_id=12391
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