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Rangoon, tre settimane dopo
Gli operatori umanitari stranieri sono partiti in massa alla volta del delta dell’Irrawaddy colpito dal ciclone, nella speranza che l'esercito intenda onorare le promesse fatte dai generali della giunta al potere di concedere loro libertà di movimento nella zona. Ieri i donatori internazionali hanno offerto quasi 50 milioni di dollari di aiuti all'ex Birmania, ma i paesi occidentali hanno dichiarato che la maggior parte del denaro sarà consegnato solo se il governo birmano concederà accesso alla regione di Irrawaddy, dove 134.000 persone sono morte o disperse e circa 2, 4 milioni lottano per la sopravvivenza dopo il disastro. Oltre a negare o ritardare l'emissione dei visti ai funzionari delle Ong, una serie di posti di blocco sistemati intorno alla capitale ha impedito a quasi tutti gli stranieri di lasciare la ex capitale Yangon. Il capo della giunta Than Shwe ha promesso la settimana scorsa al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon che avrebbe permesso a tutti gli operatori di muoversi nel paese "indipendentemente dalla loro nazionalità". Data la cattiva reputazione della giunta militare al potere da 46 anni, che già più volte non ha mantenuto la parola data, la reazione alle promesse di Shwe delle organizzazioni umanitarie di alcuni governi come gli Stati Uniti è stata cauta. "Siamo rimasti senza casa. Ogni volta che qualcosa va storto l'unico aiuto che riceviamo è dai monaci", ha detto una donna rifugiatasi in un tempio buddista circa 20 chilometri fuori da Yangon. Secondo l'Onu, tre persone su quattro colpite dal ciclone devono ancora ricevere aiuto, e la fame e le epidemie che potrebbero scoppiare fra gli sfollati rischiano di far salire di molto il bilancio finale delle vittime. La giunta al governo in Myanmar ha criticato oggi gli aiuti umanitari stranieri e le richieste dei donatori di poter accedere al delta dell'Irrawaddy, sostenendo che i 2,4 milioni di persone colpiti dal ciclone Nargis possono "farcela da soli". "La gente dell'Irrawaddy può sopravvivere con le proprie forze, e senza le barrette di cioccolato dei paesi stranieri", riporta in un editoriale il giornale Kyemon, che - come tutti i media - è strettamente controllato dall'esercito. L'editoriale accusa la comunità internazionale di essere avara, facendo notare che, a circa quattro settimane dal disastro, il raggiungimento della soglia dei 201 milioni di dollari di aiuti promessi dall'Onu è ancora molto lontano. "Sono stati promessi 150 milioni, meno dei 201 chiesti dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon", dice l'editoriale, cogliendo poi l'occasione per criticare il suo arcinemico Usa: "C'è una grande nazione che ha persino aumentato le sanzioni economiche al Myanmar, nonostante sappia che stia attraversando un grave periodo di crisi". Il primo ministro cinese, Wen Jiabao, durante un incontro con Ban Ki-moon, che ha visitato l'area del Sichuan (epicentro del sisma che il 12 maggio ha colpito la provincia Sud occidentale della Cina), ha annunciato un contributo di 10 milioni di dollari per aiutare il regime della Birmania a fare fronte alle devastazioni lasciate dal passaggio del ciclone. Pechino, inoltre, ha già elargito al suo "alleato" birmano approvvigionamenti e assistenza per 30 milioni di yuan (l'equivalente di circa 4,3 milioni di dollari). La Cina è una delle nazioni che da decenni fa affari con la dittatura militare birmana e non è una novità il fatto che il regime rimanga saldamente al potere esclusivamente grazie agli interessi dei Paesi che spalleggiano la giunta. Fonte: (Reuters) –
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