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La via che conduce a una strada senza uscita
Il 10 maggio 2008 è una data molto attesa, quella per il referendum sulla nuova Costituzione birmana, ma potrebbe anche essere ricordata come quella della prima di uno spettacolo che mescola tragedia e farsa. Fino ad oggi non c’è ancora un testo ufficiale della Costituzione sul quale il popolo è chiamato a votare. L’unica versione pubblicata, non definitiva, è stata venduta a un prezzo di 1.000 Kyat, insostenibile per qualunque famiglia birmana che viva del proprio lavoro. Un po’ troppo per un documento che rappresenta una "discussione aperta". Una prima versione del documento riportava che ogni modifica alla stessa Costituzione avrebbe dovuto ricevere il consenso di almeno il 75% del Parlamento con più della metà dei votanti. Questo avrebbe significato un’elevata improbabilità di cambiamento senza il consenso del regime dei militari, dal momento che 25 seggi sono a loro assegnati per legge. Successivamente, la giunta militare ha denunciato la presenza di "un errore tipografico" in quella parte della Costituzione, cogliendo il pretesto per pubblicare una versione "corretta", nella quale si afferma che ogni emendamento deve essere approvato da tutti gli eletti con diritto di voto, eliminando di fatto ogni possibilità di futura modifica al documento. Non sorprende che a Mae Sot, in Thailandia, il "Forum of Strategic Consult" che riunisce tutte le organizzazioni democratiche birmane, ha promosso una mobilitazione generale per incoraggiare il popolo a votare "no" al referendum. Secondo le proiezioni degli osservatori internazionali, ad oggi la grande maggioranza della popolazione voterebbe "no". Lo scorso 26 febbraio, la stessa dittatura militare che nel 1990 ignorò completamente i risultati delle elezioni vinte dall’NLD, ha varato una legge per la quale chiunque interferisca con il procedimento di voto sarà arrestato. Il sito del Democratic Voice of Burma ha pubblicato un articolo secondo cui "a causa di questa legge, ai credenti di qualunque religione – il cui diritto di voto non è riconosciuto – non sarà possibile esprimere le loro idee: ai cristiani, ai musulmani, ma soprattutto ai monaci buddisti, che hanno ispirato la scorsa rivolta di novembre", così come ai prigionieri politici, alle persone detenute per qualunque crimine e ai cittadini "illegalmente" espatriati. Come se non bastasse, i dissidenti in Birmania vengono arrestati per qualunque cosa. Inoltre, è proibito "riunire assemblee, distribuire materiale stampato e manifesti o disturbare il voto in qualunque modo": pena minima, tre anni di reclusione. Il regime militare sta facendo di tutto per impedire alle persone di compiere una libera scelta, attuando misure preventive di repressione. La stessa autorevole fonte riporta che, nelle carceri, viene promessa la libertà a chi voterà "sì" al referendum. Il quotidiano "The Irrawaddy" riferisce che la giunta ha allestito squadre d’assalto e sta preparando corsi per volontari nei quali viene insegnato "come colpire e disperdere" i manifestanti. Testimoni riuniti a Yangon da AsiaNews riferiscono: "Nessuno vuole la nuova Costituzione, ma siamo costretti ad andare a votare"; "I soldati entrano nelle città, nei villaggi e in ogni singola casa per obbligarci ad andare a votare". Aggiungono inoltre che "Anche se votiamo no, siamo certi che il governo manipolerà i risultati elettorali a suo favore". Secondo l’agenzia tedesca DPA, la Cina – campione mondiale nella soppressione dei diritti umani – ha inviato 80 mezzi pesanti alla polizia anti-sommossa e si sta preparando a spedire almeno altri 100 veicoli al regime birmano. Il 10 aprile scorso, a Washington, l’autorevole monaco birmano U Kovida ha testimoniato davanti alla House of Representatives' Human Rights Caucus quanto segue: "In molte aree della Birmania, la gente è illegalmente forzata oppure riceve offerte in denaro per votare. In altre aree, le persone sono minacciate. Di recente, alcuni attivisti sono stati picchiati brutalmente da aggressori sconosciuti. Il referendum di maggio è ormai imminente, le maggiori paure e preoccupazioni delle persone sono per la propria incolumità e sicurezza". Inoltre, le forze democratiche birmane invitano la popolazione a "sotterrare la paura e combattere per un futuro migliore". "Il rifiuto della Costituzione sarebbe un colpo alle forze militari, dal momento che è stata definita come una delle componenti chiave della cosiddetta via che conduce alla democrazia", ha dichiarato l’ex prigioniero politico Aung Din. È la stessa via che l’inviato dell’ONU Ibrahim Gambari ha proposto fosse messa al vaglio; ciononostante, Gambari è stato aspramente criticato da organizzazioni quali "Generazione 88" e "ABMA" (Alleanza dei Monaci Birmani) in una dichiarazione congiunta nella quale si afferma che il suo impegno offre punti di sostegno ai piani della giunta. "Dal punto di vista del popolo birmano, egli è venuto meno alla sua missione di pressione e persuasione verso la giunta militare birmana nel creare un processo credibile di stesura della Costituzione e intraprendere un dialogo significativo in tempi brevi con il nostro leader Daw Aung San Suu Kyi" – continua la dichiarazione – "al contrario, ora sembra che stia sostenendo gli atti unilaterali della giunta militare e consigliando alle forze democratiche di arrendersi… ma noi non desisteremo, continueremo con la nostra lotta fino al raggiungimento della democrazia".
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