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La Cina e il mondo
L’incessante bisogno di petrolio e materie prime che sostengano la sua esponenziale crescita economica ha portato la Cina ad allacciare rapporti commerciali con diversi paesi africani, spesso segnati da conflitti interni e schiacciati da regimi dittatoriali poco inclini al rispetto dei diritti umani e politici. Paesi come il Sudan, in cui si consumano da anni veri e propri genocidi; paesi in cui la libertà di espressione è da considerarsi utopia di pochi, come lo Zimbabwe; paesi in cui la cleptocrazia ha caratterizzato a lungo l’ambiente politico. Intrattenendo con essi vantaggiosi rapporti commerciali, la Cina preferisce non esercitare pressioni politiche che li spingano al rispetto della "good governance" o dei diritti umani, e chiude un occhio sulla loro dubbia integrità. Lo sfruttamento delle risorse petrolifere spiega la presenza del gigante asiatico in Sudan, così come in Angola e nel Golfo di Guinea. In particolare, la Cina è considerata uno dei principali partner commerciali del governo di Khartoum, di cui è divenuta una sorta di protettrice a livello internazionale. Ciò ha spinto altri governi a chiedere a Pechino di applicare strumenti diplomatici sul Sudan affinché ponga fine al genocidio in atto in Darfur. Il dibattito ha raggiunto il suo culmine con la rinuncia, proprio a causa del ruolo cinese nella regione sudanese, del regista americano Steven Spielberg all’incarico di consulente artistico alle Olimpiadi di Pechino. Sin dal 1956, anno dell’indipendenza, il Sudan è stato segnato da interminabili guerre civili e dominato da regimi militari orientati a dinamiche islamiche di stampo fondamentalista. Nel 2003 scoppiò il sanguinoso conflitto nella regione del Darfur (situata nell’ovest del paese) in cui, ad oggi, sono state coinvolte quasi 5 milioni di persone, soggette a violenze, malnutrizione e malattie. In particolare, più di 2 milioni di abitanti sono stati costretti a lasciare le proprie case e rifugiarsi altrove, mentre tra i 200.000 ed i 400.000 hanno perso la vita in modo brutale. Nel dicembre 2007 la gestione della crisi è passata dalle mani dell’Unione Africana a quelle delle Nazioni Unite, le quali hanno dispiegato truppe di "peacekeeping" per fronteggiare una delicata situazione che ha esportato instabilità anche nelle zone limitrofe, in particolar modo nel Ciad orientale e nella Repubblica Centrale Africana. Per risolvere radicalmente il problema, la Cina dovrebbe pubblicamente impegnarsi a ricorrere ad una linea dura nei confronti del governo sudanese, se quest’ultimo dovesse interferire nell’intervento delle forze di pace internazionali e negli aiuti umanitari. Ma il dragone asiatico mentre compra petrolio dal Sudan vende al governo di Khartoum le armi con cui perpetrare la strage nel Darfur, risulta difficile dunque pensare che si piegherà alle pressioni internazionali. In seguito agli scontri causati dalle elezioni politiche dello scorso Dicembre, che hanno successivamente portato Mr. Kibaki e Mr. Odinga a siglare un accordo di power-sharing per porre fine alle violenze scaturite dalla discussa vittoria di Mr Kibaki, la Cina è ancora una volta rimasta in silenzio, mantenendo una salda presa sul potere del presidente in carica (Kibaki) anche di fronte a sanzioni imposte a livello internazionale e al blocco degli aiuti umanitari. Il governo di Pechino ha vergognosamente affermato che "la democrazia occidentale importata in Africa è semplicemente non adatta al contesto, ma anzi porta con sé le radici del disastro". In Angola, dove le risorse petrolifere e minerarie hanno portato una crescita media del PIL del 17%, lo Human Development Index delle Nazioni Unite è ancora molto basso (0.44, rispetto alla media dello 0.49 dei paesi della regione sub-sahariana) mentre la mortalità infantile è superiore del 50% rispetto al resto del continente. Per non parlare dell’aspettativa di vita, che si ferma a 41 anni. Drastica è la performance degli indicatori di competitività e di "good governance", nonché della corruzione. Di certo non sembrano esserci i presupposti per attuare riforme strutturali fintanto che paesi come la Cina continueranno ad immettere ingenti somme di denaro nel sistema senza curarsi minimamente dell’impatto di tali azioni sullo stato di governo.
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